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“Caccia al tesoro”: la recensione

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Loro di Napoli

Torna la premiata ditta fratelli Vanzina, Carlo regista ed Enrico sceneggiatore, il duo che ci ha regalato anni di risate all’italiana dalla fine degli anni ’70 ad oggi, rimanendo sempre con un occhio rivolto verso l’attualità, il costume e le mode che tanto caratterizzano il nostro paese, sia nel bene che nel male.

Oggi, questo sguardo dei due fratelli si volge verso la comicità partenopea, un tipo di cinema che negli ultimi anni ha visto esponenti appartenenti al successo come Alessandro Siani e che nella sua lunga tradizione ha regalato perle inimitabili, anche quando ad occuparsene non erano propriamente autori napoletani; come Dino Risi che, nel ’66, realizzò Operazione San Gennaro, utilizzando un “napoletano” Nino Manfredi alla guida di una scalmanata combriccola di ladri, con tanto di partecipazione speciale di sua maestà Totò.

Ed è proprio a questo titolo risiano che i fratelli Vanzina si ispirano per il loro ultimo film, Caccia al tesoro, dato che la trama tratta di un colpo fatto ai danni del Tesoro di San Gennaro da parte un pugno di “marioli” improvvisati; loro sono Vincenzo Salemme, Carlo Buccirosso, Max Tortora, Christiane Filangieri, il piccolo Gennaro Guazzo (visto in Si accettano miracoli e Troppo napoletano), più la partecipazione di Serena Rossi.

L’opera quindi è un’occasione per i fratelli Vanzina di poter esprimere tutto il loro amore per la città colorata e la battuta forte che tanto la caratterizza.

Col consenso di San Gennaro

Napoli. Attore teatrale alla ricerca di un successo, che puntuale non arriva mai, Domenico Greco (Salemme) è un uomo dalle buone intenzioni che purtroppo non riesce mai a svoltare veramente nella sua esistenza.

Inoltre il nipote, figlio di sua cognata Rosetta (Rossi), ha dei problemi salutari molto gravi, dato che il suo cuore malato ha bisogno urgentemente di un’operazione ed il cui costo è di 166.000 euro, una cifra esorbitante.

L’unico modo è rivolgersi a San Gennaro che, complice un equivoco, consiglia a Domenico di rubare il suo famoso Tesoro, Mitra adornata di gemme compresa.

Preso da un impeto avventuroso, il nostro uomo si getta in un piano ben congegnato, facendosi accompagnare nell’impresa da Ferdinando (Buccirosso), il figlio di quest’ultimo che si chiama Gennarino (Guazzone), e dalla coppia di ladri proveniente da Roma composta da Cesare (Tortora) e Claudia (Filangieri).

Metacinema napoletano

Con la solita leggerezza di sempre e la voglia di seguire una linea tradizionalista cara al loro cinema, i fratelli Vanzina portano sui grandi schermi questo Caccia al tesoro col giusto piglio e un pizzico di citazionismo che si lascia andare più del dovuto, data la reputazione dei noti figli di Steno.

Infatti, oltre a guardare ad Operazione San Gennaro nella stesura dell’intera storia, stavolta gli autori di Sapore di mare azzardano anche a parentesi di puro metacinema nominando addirittura in una battuta lo stesso film di Risi; in più riferimenti a Gomorra (c’è una piccola parentesi camorristica), a Paolo Sorrentino (che partono dalla bocca di Buccirosso, che ha recitato in Il divo e La grande bellezza) e a Febbre da cavallo di papà Steno, questo per dire quelle piccole variazioni ironiche svolte dai Vanzina nella presente opera.

Ma Caccia al tesoro non è solo questo, è un lungometraggio che riesce nella sua narrazione ingenua e facile, se non farsesca, di raccontare la sua favoletta moderna, fatta di piccoli furfantelli cialtroni quanto disperati, regalando due sane risate e personaggi beniamini, ai quali non si può fare a meno di volergli bene (Salemme, Buccirosso, Filangieri, Tortora e Guazzone).

E a fine visione apprezzerete bene tutto ciò che questo film vi mostra con molta leggerezza: dall’ironia facilona alla moralità di fondo ancor più lieve, vero atto d’amore verso Napoli e la sua poetica guascona persa ormai nel tempo.

Mirko Lomuscio