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Angelo Licheri, il soccorritore di Alfredino: un ricordo doloroso e indimenticabile

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:58

Lui è Angelo Licheri, uno dei soccorritori di Alfredino Rampi. Conosciamo insieme la sua storia 40 anni dopo la tragedia di Vermicino

Angelo Licheri
Fonte foto: Facebook

Si chiama Angelo Licheri ed è il soccorritore volontario sardo che 40 anni fa ha rischiato la vita per salvare quella di Alfredino Rampi, caduto nel pozzo di Vermicino il 10 giugno 1981. Angelo è rimasto a testa in giù per 45 minuti nel tentativo di salvare il bambino di 6 anni.

Tuttavia, il tentativo è stato vano. Una tragedia che è rimasta negli occhi di tutti quanti. Licheri non ha mai dimenticato il piccolo e il ricordo ancora oggi è doloroso e soprattutto indimenticabile. Ci pensa ancora ogni giorno.

L’uomo, oggi 76 enne, si è raccontato ai microfoni i Tgcom24, parlando della sua vita passati 40 anni da quella terribile storia che sconvolse l’Italia intera. Come vive oggi? Il ricordo di quel momento è ancora indelebile. Come ci ha convissuto?

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Angelo Licheri, com’è la sua vita oggi? 40 anni dopo la tragedia di Alfredino Rampi

Sono passati 40 anni dalla tragedia di Vermicino. Sky ha deciso di ricordare quei fatti raccontandoli con una mini-serie. Uno degli eroi di quel 10 giugno del 1981 è Angelo Licheri, il soccorritore volontario che provò in tutti i modi a salvare il piccolo Alfredino.

Com’è la sua vita oggi, 40 anni dopo? Intervistato da Tgcom24, ha raccontato di essere un povero vecchietto. Il diabete gli ha causato una gravissima infermità per la quale ha perso una gamba e la vista. Vive in una casa di riposo e si mantiene con la pensione. La vita prosegue, seppur con tutte le sue complicazioni. Prima di oggi non conosceva alcun ospedale e di certo la malattia non era nei suoi pensieri.

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A distanza di tanto tempo vorrebbe che questo dramma restasse nel cuore di tutti anche perché per lui è impossibile dimenticare. Un pensiero praticamente fisso. Più volte, ha confessato, di essere tornato sul luogo del misfatto. È sempre in contatto con i genitori di Alfredino. Si sentono una o due volte al mese, ma non parlano mai del piccolo e della triste vicenda. Nonostante ciò non ha alcun rimpianto. All’epoca pensa di aver fatto tanto per quella causa e forse qualche cosa in più. La parola eroe, che in tanti ancora oggi gli additano, non gli piace. Per lui gli eroismi sono ben altre cose. Sostiene di aver fatto un atto piuttosto di altruismo e addirittura in quel momento non pensava neppure che si trattasse di una cosa così difficile.