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Strage di Capaci, il dolorissimo addio a Giovanni Falcone

ULTIMO AGGIORNAMENTO 21:00

La strage di Capaci fu un terribile episodio della storia italiana dei primi anni ’90: l’attentato mafioso in cui perse la vita il giudice Falcone.

Strage di Capaci Falcone
Strage di Capaci: l’attentato in cui morì il giudice Falcone

La strage di Capaci fu uno degli attentati più efferati attuati dalla Mafia nei primi anni ’90. I malviventi causarono una forte esplosione su un tratto dell’Autostrada A29 presso la località Capaci, vicino Palermo, mentre transitavano le auto blindate di Falcone e la sua scorta. Persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie, il magistrato Francesca Morvillo e  e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro e 23 persone rimasero ferite.

Stasera in onda su Rai 2 la fiction Il Cacciatore, la serie che parla del magistrato, nella serie Saverio Barone, che dopo la Strage di Capaci, si mise alle calcagna dei latitanti mafiosi di Cosa nostra. Nella realtà il pm protagonista della caccia fu Alfonso Sabella, sostituto procuratore dell’Antimafia di Palermo.

La strage di Capaci fu un attentato mafioso messo in atto per uccidere il giudice Giovanni Falcone, dopo il verdetto della Cassazione che confermò l’ergastolo, a seguito del Maxiprocesso del 1992. Gli imputati erano 476, tutti affiliati a Cosa nostra, condannati per vari reati, tra cui: omicidio, traffico di stupefacenti, estorsione, associazione mafiosa. Ebbe una durata di 6 anni; dal febbraio del 1986 al gennaio 1992.

La strage di Capaci venne escogitata nel corso di alcune riunioni delle Commissioni regionale e provinciale di Cosa Nostra, presiedute dal boss Salvatore Riina. Dopo la conferma degli ergastoli in seguito al Maxiprocesso, si decise di dare l’inizio agli attentati progettati: nel mirino anche, l’allora, ministro Claudio Martelli e il presentatore Maurizio Costanzo. Fu deciso di attuare l’attentato a Falcone in Sicilia, utilizzando l’esplosivo, e fu scelto Giovanni Brusca come coordinatore delle operazioni.

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L’attentato contro Giovanni Falcone

Strage di Capaci Falcone
Strage di Capaci, l’attentato contro Falcone

Tra l’aprile e il maggio del 1992, furono compiute le prove da Brusca e i suoi seguaci, per la strage. Individuarono il luogo dell’attentato nel tratto dell’Autostrada A29 nella zona di Capaci. I criminali sistemarono tredici bidoncini caricati con 400 kg di miscela esplosiva nel cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada, nel tratto di svincolo per Capaci. L’esplosivo sarebbe stato detonato con un detonatore elettrico.

Nella metà di maggio Raffaele Ganci, i figli Domenico e Calogero e il nipote Antonino Galliano controllavano i movimenti delle due Fiat Croma e della Lancia Thema blindate sotto casa di Falcone, per capire quando il giudice sarebbe tornato da Roma. Non è chiaro, invece, chi comunicò ai mafiosi la partenza del giudice da Roma e l’ora di arrivo precisa a Palermo.

Il 23 maggio 1992, le sentinelle avvertirono che le Fiat Croma erano partite in direzione dell’aeroporto di Punta Raisi per andare a prendere Falcone. Una macchina seguiva il corteo blindato in una strada parallela alla corsia dell’autostrada A29, restando in contatto telefonico con Brusca e altri, appostati su una collinetta sopra Capaci dal quale potevano vedere il tratto di strada. AL momento giusto, Brusca attivò il radiocomando che causò l’esplosione.

La prima automobile blindata venne sbalzata dal manto stradale, finendo in un giardino ad alcune decine di metri di distanza, causando la morte sul colpo degli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. La seconda auto, la Croma Bianca, guidata dal giudice Falcone si andò a schiantare contro il muro di asfalto e detriti innalzati dall’esplosione; Falcone e la moglie non indossavano le cinture e furono sbattuti violentemente contro il parabrezza. Gli agenti Paolo Capuzza, gaspare Cervello e Angelo Corbo che viaggiavano sulla terza auto, la Croma, erano feriti ma vivi: riuscirono ad uscire dalle portiere e a prestare i primi soccorsi. Falcone e la moglie erano ancora vivi, ma in gravi condizioni: morirono in ospedale nella serata stessa per le emorragie interne riportate.