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Strage di via D’Amelio, quella terribile giornata del 19 luglio 1992

ULTIMO AGGIORNAMENTO 21:00
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Dopo la strage di Capaci, un nuovo attacco della mafia che scagliò un attentato contro il giudice Paolo Borsellino nella strage di via D’Amelio.

Strage Via D'Amelio Paolo Borsellino
La strage Via D’Amelio, in cui perse la vita Paolo Borsellino

La strade di Via D’Amelio fu una delle terribili ritorsioni mafiose dei primi anni ’90 progettata per uccidere il giudice Paolo Borsellino. Ancora oggi riguardo questo attentato ci sono delle lacune irrisolte, soprattutto riguardo un eventuale depistaggio delle indagini sulla strage. Borsellino stava compiendo, al tempo, delle indagini riguardo il precedente omicidio del collega Falcone e della sua scorta. Tuttavia tutti i documenti da lui raccolti sul caso, sparirono misteriosamente subito dopo la sua morte.  (per strage via d’Amelio)

Stasera in onda su Rai 2 la fiction Il Cacciatore; la storia di un caparbio magistrato che intraprende una vera e propria “caccia” contro i latitanti mafiosi, alcuni dei quali diretti responsabili delle terribili stragi di Capaci e di via D’Amelio.

Cinquantasette giorni dopo la strage, che ha causato la morte del giudice Falcone, la stessa sorte è toccata al suo amico e collega Paolo Borsellino. Quest’ultimo sapeva che sarebbe stato il prossimo obiettivo della ritorsione mafiosa scaturita  dal verdetto a seguito del Maxiprocesso contro i mafiosi che si era concluso in quell’anno, il 1992. Borsellino, dopo Capaci, lavorava senza sosta per scoprire la verità sulla morte del collega: voleva arrivare a qualche risultato prima si subire la stessa sorte. L’agenda rossa dalla quale non si separava mai, su cui scriveva i dettagli delle sue indagini è scomparsa dopo la sua morte nell’attentato.

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La strage in via D’Amelio

strage via D'Amelio Paolo Borsellino
La strage via D’Amelio in cui perse la vita Paolo Borsellino

Il 19 luglio 1992, alle 17 circa, venne fatta esplodere con un dispositivo telecomandato a distanza, una Fiat 126 contenente 90 chilogrammi di esplosivo, in via Mariano D’Amelio 21, a Palermo. Quello era l’indirizzo di Maria Pia Lepanto e Rita Borsellino, rispettivamente madre e sorella del magistrato, alle quali il giudice era andato a fare visita quel giorno.

L’agente sopravvissuto Antonio Vullo descrisse così la scena: “Improvvisamente è stato l’inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L’onda d’urto mi ha sbalzato dal sedile. Non so come ho fatto a scendere dalla macchina. Attorno a me c’erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto…“. Vullo fu l’unico agente sopravvissuto; i corpi di Paolo Borsellino e della sua scorta vennero dilaniati dall’esplosione. La zona intorno al luogo dell’attentato fu devastata: feriti, auto bruciate, danni agli edifici circostanti.

In meno di due mesi Cosa nostra, guidata da i Corleonesi, aveva eliminato fisicamente i due giudici simboli della lotta alla mafia, come monito alle Istituzioni.