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Terminator: Il tempo è una macchina, ESCLUSIVA Andrea Guglielmino ci spiega la saga

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:04

Il critico Andrea Guglielmino risponde alle nostre domande sul suo libro Terminator: il tempo è una macchina. Questo va ad analizzare minuziosamente la saga con protagonista Arnold Schwarzenegger.

Costruita in maniera intelligente nata nel 1984 dalla mano di James Cameron e portata avanti fino al 2019 con sei capitoli, due serie televisive e un’infinità di videogiochi oltre che di fumetti.

Andiamo a scoprire qualcosa da più vicino proprio parlando con Andrea che in maniera molto mirata e anche intelligente è riuscito a farci entrare nella saga del film attraverso diversi passaggi molto intelligenti e interessanti.

Dove nasce la tua passione per Terminator?

Storicamente, niente di speciale. Nasce dagli anni ’80, “gli anni di che belli erano i film”, come canterebbe Max Pezzali, e anche l’epoca dell’home video e dei grandi eventi televisivi, che arrivavano anni dopo l’uscita in sala. Terminator io non lo vidi al cinema, perché era vietato ai minori, per via delle sequenze horror e di violenza grafica, però ricordo di aver visto il trailer che mi affascinava, con quel vocione che annunciava “Schwarzenegger è… il Terminator!”. Con l’articolo “il”. Schwarzy per me era Conan, avevo visto Conan il distruttore in sala con mia madre, che era il mio legame col cinema essendo molto appassionata. Era un filmetto fantasy di poco conto, ma c’erano gli effetti speciali di Carlo Rambaldi… e io adoravo Rambaldi per via di E.T. Il Conan di Milius invece non potevo vederlo, perché “vietato”, come Terminator. Oggi fa un po’ ridere a pensarci ma mi dicevo “ma perché quel tipo grosso e muscoloso fa sempre film che non posso vedere?”. Qualche anno dopo arrivò un mio amico con una VHS registrata da Italia 1. “Guardiamoci questo! E’ fantastico! Lo devi assolutamente vedere!”. E voilà. Amore a prima vista. Ma a quei tempi non avevo certo gli strumenti per capirne la ricchezza artistica e narrativa, mi piaceva e basta. Oggi ce li ho e anche per questo ho voluto dedicare un saggio al film e alla saga. Terminator non è solo un film o una saga d’azione. E’ filosofia e tragedia greca. E’ la necessità di ritagliarsi uno spazio d’azione in un mondo in cui non sembrano esistere la scelta e il libero arbitrio. E’ mitologia e religione incanalati in un’epica moderna, anzi post-moderna. Sarah Connor è una novella Cassandra, che predice guerre devastanti e a cui nessuno crede. John Connor, JC come Jesus Christ, è il messia salvifico, e tutti sono in combutta con un destino che sembra impossibile da sfatare, personificato da un robot che, proprio come questo destino, è inevitabile e indistruttibile. Oggi va di moda “ineluttabile”, per la nota battuta di Avengers Endgame. Ecco, in Terminator il fato è realmente ineluttabile. Possono sconfiggere la minaccia immediata ma non faranno che confermare le modalità per cui la vera minaccia si viene a creare. Ma non conta. Conta continuare a lottare.

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Come questa saga ha cambiato la storia del cinema di fantascienza?

Con il talento visionario e la testardaggine di James Cameron, almeno per quello che riguarda i primi due episodi, ciascuno, a suo modo, assolutamente avanti e rivoluzionario. Basti pensare alla modernità del concetto di “riavvio” della linea temporale, che tanto somiglia al “riavvio” dei moderni computer (che dà origine anche al noto termine “reboot” usato in ambito cinematografico, ma di matrice informatica). Cambiare la Storia intervenendo in un determinato punto del tempo è come cercare un “punto di ripristino” di Windows in un momento in cui tutto ancora funzionava bene. Per Skynet, che è una macchina, anche il tempo è una macchina, e di qui il sottotitolo del libro. Ma ai tempi di Terminator, nessuno aveva in casa computer che si riavviavano. Eravamo con gli Olivetti e i Commodore, che al massimo spegnevi e riaccendevi. In questo Cameron era veramente molto avanti. Naturalmente molte altre cose non poteva prevederle. Oggi abbiamo il concetto di ‘Cloud’, mentre il cyborg proveniente dal 2029 deve comunque passare per l’analogico, cercando sull’elenco del telefono il nome di Sarah Connor, la sua vittima designata. Per questo un ragazzo che oggi vede Terminator fatica a capirlo, ed è anche uno dei motivi per cui la saga, come del resto la Storia nella prospettiva di Skynet, fatica a riavviarsi. Ma il primo film, uno sci-fi horror low budget, ha una scrittura pressoché perfetta, un loop preciso senza alcuna sbavatura, una scrittura attentissima sul tema dei viaggi nel tempo che è materia veramente difficile, basti pensare a come incappano in paradossi poco sensati anche film moderni molto apprezzati come quelli della Marvel. Anche gli effetti speciali, sebbene non innovativi per tecnica, erano molto funzionali. Cameron sapeva fare di necessità virtù, alternando trucci prostetici, animatroni e passo-uno. Il robot che arranca, nel finale, perché ha una gamba rotta, e che si muove a scatti, da un lato è un’esigenza di produzione (la stop motion aveva questa caratteristica) ma funziona proprio perché si tratta di un robot malandato. Oggi è ancora molto attuale. Non a caso nel 2008 il film fu selezionato dalla Biblioteca del Congresso per la conservazione nel National Film Registry poiché considerato “culturalmente, storicamente o esteticamente significativo”.Terminator 2 aveva invece dalla sua un budget stratosferico, 100 milioni di dollari, il più alto fino ad allora, che continuava ad aumentare ogni volta che Cameron aggiungeva pezzi al prodotto. Ma ormai nessuno poteva dirgli di no, dopo i successi clamorosi sia del primo film che di The Abyss e Aliens -Scontro finale. Penso si tratti del film che ha segnato il primo vero passaggio tra l’epoca degli effetti speciali e quella degli effetti visivi in post produzione, con la massiccia presenza della CGI per il T-1000 (prima, solo casi sporadici, come il guerriero di vetro di Piramide di Paura). Cameron ha dimostrato che è vera la frase attribuita a Nelson Mandela: “tutto sembra impossibile finché qualcuno non lo fa”.

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Quanto è importante lo studio della plasticità dei corpi nel film? Cosa che viene poi ripresa da Verhoven e molti altri ancora come Cronenberg.

Se parliamo del primo film, naturalmente c’è una resa visiva dei corpi estremamente accurata, in termini di regia e fotografia. Naturalmente c’è il fisico scultoreo di Schwarzenegger, forse anche più in forma che ai tempi di Mister Universo, che il gioco magistrale di luci e ombre non fa che sottolineare, ma anche il contrasto con il corpo asciutto, nervoso ma emaciato di Michael Biehn/Kyle Reese, a sottolineare l’imparità dello scontro sul piano fisico. Kyle sa benissimo che non può averla vinta sul Terminator sulle brevi distanze e forse è anche cosciente che non uscirà vivo dallo scontro. Quando dice “non si torna indietro” intende probabilmente anche quello, oltre all’impossibilità di un viaggio nel tempo a ritroso. Questo elemento è stato totalmente frainteso o ignorato, ad esempio, dall’ennesimo reboot del 2015 per Terminator Genesys, dove Kyle era interpretato da Jai Courtney, che è piazzato e muscoloso. Avrebbe potuto quasi essere un Terminator lui stesso, mentre Kyle è uno che viene dalla fame, da un futuro, come mostrato da Cameron, fatto di guerra ma anche di stenti, di trincee e stracci, di televisori rotti riadattati a focolare per contrastare il freddo, e via dicendo. C’è anche molta carica erotica, nel primo film, che poi viene totalmente a mancare nel resto della saga. La scena d’amore tra Kyle e Sarah è una delle più intense della storia del cinema, sottolineata dalla fotografia virata al blu – una costante in Cameron, il blu significa anche malinconia e tristezza, in quel momento Kyle e Sarah, così come lo spettatore, inconsciamente sanno che sarà la loro prima e ultima notte, cosa che torna, ad esempio, in Titanic – e dal tema incessante di Brad Fiedel riadattato qui in una romantica nenia per pianoforte. L’intreccio dei loro corpi è l’intreccio di due storie che fanno un Destino. C’è naturalmente la mutazione, con il corpo del cyborg in progressivo disfacimento, però in un percorso inverso da quello delineato, ad esempio, da Cronenberg in Videodrome, dove l’uomo si fondeva con l’oggetto. Qui è l’oggetto a fondersi con l’uomo, o meglio, a “mascherarsi” da uomo. Nella saga, in generale, lo scontro “uomo/macchina” resta sempre sul piano fisico. Le macchine sono oggetti, e i due fronti sono per lo più separati, almeno all’inizio. Per me è sbagliato pensare al T-800 come un ibrido tra uomo e macchina. E’ una macchina al 100%, si muove come una macchina, ragiona e funziona come una macchina, ha solo addosso un rivestimento, un travestimento, che gli serve per infiltrarsi e colpire. RoboCop di Verhoeven invece ci presenta un vero ibrido, anche se nato “per errore”. Dovrebbe essere una macchina nella mente di chi lo crea, ma alla fine i suoi ricordi affiorano e con essi i suoi sentimenti e la sua volontà di agire anche “da uomo” e non seguendo solo le direttive che gli sono imposte. Per farlo, deve barare, deve trovare degli espedienti. Deve cogliere delle occasioni, come quando il suo avversario viene licenziato dall’OCP, e questo gli rende possibile sparargli. Nella saga di Terminator il concetto di ibridazione arriverà molto tardi, con Terminator Salvation e i fumetti e romanzi correlati, di cui pure parlo nel libro, perché mi dedico alla saga a 360° evitando il giudizio critico, dato che non è un libro di critica ma di antropologia, e anche i film meno riusciti cinematograficamente possono invece dare tanto su quel piano. Altresì, raramente in Terminator lo scontro prende aspetti “virtuali” come in Matrix. Ci sono qua e là accenni alla rete ma la guerra tra uomini e macchine resta sul piano fisico e corporeo.

Sei d’accordo con il parere diffuso che il secondo capitolo è migliore del primo?

No. Come dicevo su, il primo è un film formalmente perfetto, totalmente conchiuso e risolto, che narrativamente parlando non aveva bisogno di seguiti. E inoltre è esteticamente molto coerente e ancora piacevolissimo. Fatte le dovute differenze, anche se Highlander è un film di portata decisamente minore, ma altrettanto cult, spesso li paragono. Sono simili per concetto, perché non sono pensati per avere un sequel. Le loro trame sono chiuse. Sarah chiude il cerchio del Destino. Connor MacLeod vince la ricompensa. Per dargli un seguito bisogna forzare la mano. Nella saga di Highlander le cose vanno presto in confusione, mentre Cameron grazie al suo grande polso riesce a fare comunque un ottimo sequel, diversissimo dal primo e proprio per questo ottimo, ma non perfetto come il primo. Deve forzare la mano. Kyle Reese era stato chiaro: “nessun altro verrà nel presente. Siamo soltanto lui e me”. Ma non è così. Dobbiamo dunque pensare che Kyle fosse un narratore inaffidabile e accettare di buon grado il cambiamento, il che però porta ovviamente a una serie di incongruenze. Ad esempio, se Skynet poteva mandare indietro nel tempo un T-1000, infinitamente più potente del T-800, perché non mandare direttamente il T-1000 a uccidere Sarah nel 1984? E perché mandare solo un cyborg alla volta e non 10, 20, 100? Tutte queste domande possono avere una risposta coadiuvata dalla fantasia dello spettatore, una sorta di ‘verità di fede’ che compensa quella di ragione per cui sostanzialmente il mito è imperfetto per piegarsi alle esigenze del mercato di avere un seguito. È uno degli aspetti antropologici che più mi interessa, la capacità di aggiustare il mito del pubblico, e ne parlo diffusamente nel libro, ma la risposta è no. Pur amando molto Terminator 2, che porta la saga a un livello diverso cambiando i toni – è un film più conciliante, dove si lascia almeno l’illusione che il Giorno del Giudizio possa essere sventato e dove Schwarzenegger, ormai una star, passa al ruolo del “buono”, è un film di sentimenti, dove si tratta il tema della famiglia anche se non è propriamente un film per famiglie, è un film meno violento, dove il cyborg, paradossalmente per essere un “Terminator” si trova a contenere il numero delle vittime per ordine del suo programmatore e padrone, e che si chiude tutto sommato su un “lieto” fine – non è migliore del primo, che è più figlio dell’arte mentre il secondo è più figlio del business, fermo restando che in ogni film commerciale è un continuo bilanciarsi di entrambi gli elementi.

Qual è il tuo capitolo preferito?

Credo di aver già risposto. Il primo, per i motivi che ci siamo detti. E poi il secondo, per i motivi che tutti possono facilmente intuire. Forse è più interessante escludere questi due dalla classifica e parlare del mio capitolo preferito tra tutti quelli che nessuno preferisce. Escludendo anche la serie televisiva The Sarah Connor Chronicles, che pure ha punte di interesse, credo che Terminator 3 – Le macchine ribelli sia in generale un capitolo sottovalutato. I suoi difetti maggiori sono una certa ripetitività dello schema e il suo crogiolarsi spesso nella natura di omaggio tardivo, con derive ironiche e parodistiche (che però poi invece prenderanno il sopravvento con il beneplacito dello stesso pubblico che non amò questo capitolo, in altre produzioni, si vedano ancora i film Marvel). Ma d’altro lato ha la regia molto solida di Jonathan Mostow, una scrittura abile nell’adattare il mito operando di aggiunte e retcon e soprattutto un finale inaspettatamente drammatico, che funziona proprio perché in contrasto col tono del resto del film.

La serie e i videogiochi aggiungono o tolgono alla saga?

Dal punto di vista antropologico, aggiungono sempre, anche per il solo fatto di esserci. Più versioni del mito ci sono e meglio è, dal mio punto di vista, perché tante versioni del mito significa tante differenze da analizzare, e dalle differenze sostanziali del mito noi ricaviamo le riflessioni che ci interessano, e che riguardano i riceventi, ovvero il pubblico, che sono il gruppo sociale di riferimento. Come dicevo, io nei miei saggi non faccio critica, non parlo dei film. Quello è stato già fatto. Io uso i film per parlare del loro pubblico. Serie, videogiochi, fumetti, libri, romanzi, perfino i rip-off del film, ovvero le “copie”, sono elementi parlanti. Ad esempio il fumetto Terminator: Salvation – The Final Battle scritto da Joseph Michael Straczynski ricuce tutto quanto allora proposto dalla saga lasciando riflettere tantissimo proprio sul concetto di ibridazione, sul rapporto tra uomini e macchine e su quanto sia cambiato dal 1984 a oggi. Prima gli uomini erano da una parte e le macchine dall’altra, ma poi gli uomini sono diventati simili alle macchine, freddi e calcolatori, per poterle fronteggiare, e le macchine si sono fatte simili agli uomini assumendo anche le loro sembianze, per camminare tra loro, confondersi e attaccarli ma anche, a volte, diventare più umani, come capita a diversi cyborg nel corso della saga. Pensiamo anche allo “Zio Bob” di Terminator 2 che si affezione a John o al Carl di Terminator: Destino Oscuro che mette addirittura su famiglia. Questo è vero anche nella nostra realtà. Le macchine ci somigliano, con gli algoritmi prevedono i nostri gusti e ragionamenti, e noi siamo sempre più simili a dei cyborg, usando appendici digitali come i nostri telefoni o PC che ormai sono parte di noi, e senza i quali ci sentiamo spesso persi e incompleti. Nel fumetto, John Connor, ormai diventato anche lui un cyborg, mette fine alla guerra sottolineando questi aspetti e proponendo una tregua. Il videogioco è interessante come media perché implica la presenza di un’intelligenza artificiale, come quella dei Terminator, appunto, quindi mette il giocatore nel paradossale ruolo di una mente umana che guida un corpo virtuale generato da una macchina allo scontro con altre macchine virtuali generate da una macchina. Lì l’aspetto antropologico sta tutto nella percezione. La serie era un’ennesima variante, gli aspetti più interessanti stanno nei vari retcon operati per adattare il mito, ad esempio una variazione nell’età di John Connor, che si confondono con i retcon “in story” dovuti ai paradossi temporali inclusi all’interno della serie.

Come sarebbe stato il film con un altro attore al posto di Schwarzenegger?

È una possibilità a cui siamo andati molto vicini. Anche di questo parlo nel libro. È cosa nota che in una fase iniziale della produzione dovesse essere Lance Henriksen a interpretare il cyborg, grandissimo attore caro a Cameron che lo aveva conosciuto sul set di Piraña paura e lo avrebbe poi usato anche in Aliens – Scontro finale, molto intenso ma dalla corporatura decisamente più ordinaria rispetto a Schwarzy, avrebbe interpretato un cyborg forse ancora più insidioso, ancora più difficile da notare, in stile killer di ghiaccio. L’attore disse che si sarebbe ispirato a una lucertola. Mentre Schwarzenegger era opzionato per il ruolo di Kyle Reese (torna quello che dicevamo prima su Jai Courtney). E poi… beh, ci sono miti e leggende anche al di fuori del mito. Una versione narra che fu Schwarzenegger a insistere per interpretare il T-800, su consiglio del proprio agente. Un’altra, che lo avesse convinto Cameron, spiegandogli, a ragione, che non era Kyle il protagonista, anche se era “il buono”. In sostanza, i due si litigano amichevolmente la paternità di quella che si rivelò la scelta vincente. E il povero Henriksen dovette accontentarsi del ruolo marginale di un poliziotto. Detto questo, il film è una visione di Cameron. Nasce da un suo personale incubo, che essendo un bravo disegnatore aveva anche messo su carta – girano in rete le immagini del suo dipinto rappresentante il robot senza gambe che si trascina brandendo un coltello – ed era una visione talmente lucida che io sono convinto che il film, anche con un altro attore, avrebbe funzionato benissimo, magari in maniera leggermente diversa da come lo conosciamo ma comunque con un impianto simile. Anche questo è un problema della saga. Tutti, a partire dagli Studios Hollywoodiani, tendono ad attribuirne la riuscita e il successo principalmente alla presenza di Schwarzenegger, ma sbagliano e i risultato modesti della maggior parte dei capitoli successivi ai primi due sia in termini di critica che di incasso lo dimostrano. E’ stata la saga che ha dato notorietà a Schwarzenegger e non il contrario. Terminator è un complesso narrativo potenzialmente immenso, c’è un mondo dietro ed è un peccato limitarsi sempre a raccontare della caccia del gatto al topo con viaggio indietro nel passato, e sempre con Schwarzenegger nel ruolo del T-800. I fan reduci del franchise bramano a gran voce un film incentrato sulle Future Wars… ma non è mai arrivato. C’è stato il tentativo di Terminator Salvation, che, a parte avere una sceneggiatura oggettivamente scadente, prendeva le cose molto alla larga… perché voleva impostare una trilogia. Ma tutti vorremmo vedere Kyle e John a pochi giorni dal viaggio nel tempo del primo, sapere com’è andata quella missione, che rapporti avevano, eccetera. Un’esigenza a cui hanno risposto in parte romanzi e fumetti, ma al cinema nessuno ha mai voluto affrontarla perché Schwarzenegger avrebbe un ruolo marginale. Ma c’è anche molto altro. Cosa succedeva in Russia, in Europa, nel resto del mondo mentre Skynet ascendeva negli Stati Uniti? E quanti altri cyborg hanno affrontato gli umani in vari punti del tempo? C’è veramente tanto da raccontare ma produttori e registi ci hanno sempre fatto vedere quel mondo immenso attraverso un minuscolo buco della serratura. Forse sarebbe ora di liberarsi di Schwarzenegger e iniziare a raccontare il resto.