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Papà uccidi il mostro, Fabio Vasco ESCLUSIVA: “Non è stato facile”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 16:31
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Fabio Vasco è il regista e attore del cortometraggio Papà uccidi il mostro, racconto drammatico basato su una storia vera. Ecco l’intervista.

Fabio Vasco
Fabio Vasco

Fabio Vasco è un attore pugliese che in giovane età ha lasciato la sua terra per inseguire la sua passione più grande, trasferendosi a Roma per intraprende studi in campo attoriale. Ha già avuto modo di lavorare a progetti molto importanti come la pièce L’effetto che fa di Giovanni Franci a teatro. Al cinema invece lo abbiamo visto recitare in Le professeur di Mahmoud Ben Mahmoud, Controtempo di Aurelio Grimaldi, Riso Amore e Fantasia di Ettore Pasculli e Tutta un’altra vita di Alessandro Pondi. L’attore ha anche partecipato alla seconda stagione di L’allieva 2, fiction targata Rai. Vasco è inoltre anche scrittore e registra di cortometraggi importanti, tra cui Papà uccidi il mostro, basato su una storia vera.

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Fabio Vasco, l’intervista all’attore

Fabio Vasco
Fabio Vasco

Papà uccidi il mostro è un cortometraggio che racconta una storia drammatica che ha come sfondo l’Ilva di Taranto, e tratta la storia di un padre e di suo figlio malato che affrontano il dolore e la paura insieme. Tutto nasce da una tua idea, dunque ti chiedo cosa ti ha spinto a voler raccontare questa storia?

Ho iniziato a pensare a questo cortometraggio durante il primo lockdown e volevo in qualche modo parlare di qualcosa che appartenesse e raccontasse la mia terra, ma soprattutto che esprimesse il mio rapporto amore e odio con essa. Navigando su internet ho trovato il disegno di un bambino di Taranto, Federico, che aveva lasciato sul comodino in ospedale a Parma durante le cure per il suo tumore e il papà lo aveva ritrovato lì. In questo disegno erano raffigurati dei mostri con denti aguzzi che lanciavano fiamme, un cielo nero e una scritta sotto “papà uccidi il mostro” con un cuore. In questo modo Federico aveva praticamente espresso al padre il desiderio di uccidere i mostri che divoravano la città di Taranto. Principalmente il disegno raccontava l’inquinamento industriale. Questa cosa mi ha fatto molto male, mi ha commosso e anche adesso che ne sto parlando mi viene sempre il magone perché un bambino che riesce ad esprimere tutto questo con un disegno e chiedendo aiuto direttamente al papà, ma indirettamente a tutti noi, è di una potenza incredibile. Mi sono detto com’è possibile che noi adulti non facciamo niente e restiamo indifferenti e spettatori di fronte a queste realtà, mentre dei bambini nonostante il dramma riescono a capire determinate situazioni?

Tu hai parlato di rapporto di odio e amore con la Puglia, come mai?

Io sono andato via dalla mia terra, la Puglia, perché volevo fare l’attore e lì le possibilità erano poche. La mia famiglia non vedeva di buon occhio questa cosa, voleva che mi laureassi in giurisprudenza e quindi lasciare loro e tutti i miei affetti non è stato facile. Ho questo rapporto conflittuale con la mia terra perché l’ho dovuta lasciare a 21 anni e trasferirmi a Roma per studiare e non è stato facile. Magari se lo facesse un ragazzo oggi sarebbe diverso, ma prima era un po’ più complicato. Mi sono ritrovato a Roma con la mia immaturità da ragazzo e la mia solitudine che mi accompagnava. Poi ci sono anche tante cose come la situazione dell’Ilva di Taranto, la sanità, l’istruzione in cui una regione come la Puglia dovrebbe essere d’esempio e invece non lo è.

Tu che sei pugliese e conosci i drammi della tua terra causati dall’Ilva, che cosa ti senti di dire su questa realtà?

Che ad oggi non siamo stati capaci di sconfiggere questo mostro. Tutti nel nostro piccolo dovremmo fare qualcosa perché siamo coscienti e complici. Il sogno di ogni famiglia è quello di avere ad un certo punto dei figli ed essere genitori. Quando ho realizzato questo corto mi sono chiesto perché devo rinunciare al sogno di diventare padre o madre per paura di rischiare di perdere un giorno mio figlio? Perché vivere il fallimento di non aver sconfitto un mostro e non aver potuto aiutare il proprio bambino? Un figlio infatti crede che il suo papà sia un supereroe. Anche io mi sono immaginato mio padre in questa veste, e ogni volta che chiedo qualcosa lui la fa e in quel caso è come se il supereroe avesse realizzato la sua missione. Un padre è un po’ una sorta di Superman che aiuta il mondo a sconfiggere il male e nel caso di questa storia mi sono sentito un po’ impotente come se non fossimo riusciti a realizzare il desiderio di quel bambino.

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Com’è stata questa esperienza recitativa e a livello umano per te?

Sono molto sensibile a questo tipo di argomenti, al tema sociale e quindi ai bambini, ai ragazzi in difficoltà e disagiati che non possono andare a scuola. In questo cortometraggio volevo fare anche la regia perché avevo in mente molto bene il disegno che volevo realizzare. Il cortometraggio è realizzato in un unico piano sequenza per dare credibilità al flusso emotivo del personaggio. È stato sicuramente più facile lavorare davanti a una macchina da presa. Una esperienza un po’ traumatica perché avendo la responsabilità della regia doveva essere tutto perfetto e inoltre il piano sequenza durava a 9 minuti, come 9 sono stati gli anni del bambino. La difficoltà era che tutto doveva essere perfetto in quell’istante, dalla regia, alla recitazione, alla luce, al suono, ai movimenti. Doveva essere tutto impeccabile perché se si sbagliava si doveva ricominciare tutto da capo e quindi avevo grosse responsabilità. Per fortuna ho avuto una squadra che mi ha supportato in questa avventura e mi ha aiutato molto. Poi avevamo un disegno di regia molto preciso con delle prove e movimenti e mi sono rilassato anche davanti alla macchina da presa. È stato un lavoro molto bello da questo punto di vista ed era molto importante dare voce a tutte quelle vittime di questa tragedia ancora attuale purtroppo.

Nella tua carriera hai già avuto modo di lavorare in progetti importanti come un film con Enrico Brignano e nella seconda stagione della amatissima fiction L’Allieva 2. Come sono state queste esperienze per te? Cosa ti hanno lasciato?

Sul set de L’allieva si respirava un’aria bellissima, con un cast strepitoso con Alessandra Mastronardi, Lino Guanciale e poi lui già lo conoscevo perché avevamo avuto un incontro a teatro. Mi sono sentito un privilegiato perché potevo fare qualcosa che realmente mi piaceva e per questo non mi sono mai sentito stanco. Poi ho lavorato con tutti i professionisti, con un regista come Fabrizio Costa che ha fatto tantissime fiction e mi ha aiutato anche a capire i ritmi del set, come si lavora a gestire anche tutto il reparto tecnico dalle comparse, le figurazioni, tutta la scena, l’aiuto regia, ecc. In Tutta un’altra vita ora ho conosciuto il regista, Alessandro Pondi, che è una persona fantastica. Lavorare con Enrico Brignano è stato emozionante. È un maestro e mi ha fatto molto riflettere quando lui provava come se fossimo a teatro, battute con ritmo e tempo come se fosse tutto studiato, come una scena matematica.

E adesso quali sono i tuoi progetti futuri?

A teatro come sappiamo è tutto fermo. A marzo se ci sarà una riapertura dovrei andare all’Elfo Puccini di Milano con lo spettacolo L’effetto che fa, ispirato al caso di cronaca di Luca Varani, che ha avuto molta visibilità mediatica. A livello cinematografico ho in progetto di girare un documentario sempre in Puglia, nella provincia di Foggia. Non posso raccontare niente ma riguarderà sempre i ragazzi.