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Donato Altomare, da Rapunzel a Willy Wonka: “La Fabbrica è aperta, ma sogno il cinema grazie ai Manetti Bros” (esclusiva)

Donato Altomare, attore e performer italiano, passa la vita su e giù da un palco sognando il grande cinema. A teatro con “La Fabbrica di Cioccolato”, sul grande schermo con i Manetti Bros. Sogni e ambizioni di un talento poliedrico.

Donato Altomare (Facebook)

Il rumore di piatti e stoviglie, quasi come fossero applausi, pronti ad accogliere di buon grado la prossima performance con la stessa emozione della prima volta. Questa verosimilmente è la giornata, anzi la pausa pranzo, tipo di un attore. Quando va bene e soprattutto se è a casa e non sul set. Proprio in quel frangente abbiamo incontrato Donato Altomare, una settimana fa, mentre stava preparandosi uno spuntino prima delle prove. Altomare, performer italiano impegnato con il musical “La Fabbrica di Cioccolato”, non ha molto tempo ma gli attimi liberi prima di immergersi completamente nel proprio mestiere – che coincide anche con la sua ragione di vita – li dedica a noi di YouMovies per raccontarci come si arriva a conoscere Willy Wonka.

Che, tradotto in termini più ampi, vuol dire riuscire ad incontrare e condividere il palco con i propri miti di infanzia. A teatro come al cinema. Chiamatela recitazione, ma gli addetti ai lavori preferiscono definirla arte: dare un tratto distintivo ai propri sogni, questo fa Donato da anni. In Italia e, un domani molto vicino, nel mondo. Adesso si ferma tra Milano e Bologna perchè, come se non bastasse, è riuscito – per così dire – a stringere la mano a Diabolik. Chiedere ai Manetti Bros che l’hanno voluto all’interno di quello che, senza dubbio, è il remake più atteso dell’anno.

Dai villaggi turistici a “La Fabbrica di Cioccolato”, Donato Altomare: “Così ho conosciuto Willy Wonka”

Donato Altomare durante le prove de "La Fabbrica di Cioccolato"
Donato Altomare durante le prove de “La Fabbrica di Cioccolato” (Facebook)

Non solo loro, Donato Altomare ha saputo dare linfa – tra le tante cose – a lavori come Billy Elliot, Rapunzel e Mamma Mia!. Per non parlare de La Bisbetica Domata, al fianco di Carlotta Proietti e Non si uccidono così anche i cavalli? con Giuseppe Zeno. Non proprio nomi qualsiasi. Nemmeno il suo, ormai, è un nome qualunque. Si è fatto strada dalle associazioni culturali di Molfetta fino ad arrivare ad ammaliare il pubblico di Roma e Milano. Donato Altomare è il classico attore con la valigia sempre pronta e i sogni in tasca, ce ne ha voluto raccontare qualcuno. In barba alla scaramanzia.

Hai iniziato il tuo percorso artistico in maniera diversa rispetto alla consuetudine: il teatro non è stata la tua prima passione…

“Il mio primo approccio con l’arte in generale è stato con la musica. Fin da piccolo, grazie ai miei genitori, mi sono avvicinato allo studio del pianoforte che è stata la mia prima fonte espressiva artistica a livello di conoscenza e apprendimento. Poi a 18 anni, per caso, mi sono avvicinato, tramite un’associazione culturale della mia città, al mondo del musical. Stavano provando uno spettacolo e mi hanno offerto di partecipare e amatorialmente ho conosciuto l’ambito teatrale. La musica legata alla recitazione sul palco mi ha subito attratto. Successivamente la mia esperienza pluriennale nei villaggi turistici mi ha dato modo di sperimentare il palco – quello crudo – dove spesso non sai cosa devi fare, ma lo devi fare comunque (ride). Da lì in poi è venuta quasi spontaneamente  la scelta di studiare a livello professionale l’arte del musical quindi le tre discipline. Tutto ciò mi ha portato a Milano dove ho frequentato la SDM, dove mi sono applicato allo studio della recitazione, del canto e della danza. Subito dopo il diploma sono fortunatamente arrivati i primi lavori professionali. È stato un ingresso non dalla porta di servizio ma preso un po’ alla larga, ecco”.

La tua gavetta non comune, diciamo così, ti ha portato a contatto con tutti quei pregiudizi che girano intorno al mondo dello spettacolo oppure no?

“Penso che uno dei problemi in Italia sia l’enorme settorializzazione in ogni singolo ambito. L’attore che si reputa un attore di prosa non vede di buon occhio un attore che fa musical. Un attore che fa musical non vede di buon occhio un attore che fa prosa. Un attore che fa cinema non vede di buon occhio un attore teatrale. Questo è limitante e limita anche lo scambio di forza lavoro, di idee artistiche, fra i macro settori che compongono la recitazione e lo spettacolo. Diciamo che avendo lavorato in parte sia nel musical che nella prosa ho toccato con mano questa diffidenza, che poi nasce dall’ignoranza che c’è tra un settore e l’altro. Basterebbe un po’ aprire gli occhi: più che un pregiudizio dall’amatoriale al professionismo e viceversa, c’è più diffidenza fra professionisti nel non voler farsi coinvolgere da altro”.

Tu hai lavorato anche a produzioni estere: quali differenze noti con l’Italia nell’approccio al settore dello spettacolo?

“La differenza è legata al mercato, ci sono molti più soldi in ballo. Esiste più pubblico potenziale, questo porta gli investimenti ad essere più consistenti. Più soldi ben gestiti rendono il sistema molto più virtuoso. Non a caso ci sono decine di colleghi nel musical apprezzati enormemente che lavorano in territorio tedesco. Senza contare la Spagna, la Francia, Olanda. I performer italiani sono apprezzati tantissimo perché hanno quella fame, quella voglia, quella grinta di andare avanti nonostante tutto però in un ambiente virtuoso. Questo li pone una spanna sopra agli altri colleghi di quella zona lì”.

Malgrado tutto, in Italia per il musical si sta sviluppando un interesse maggiore rispetto al passato recente. Non trovi?

“Diciamo che parliamo di anni in cui non ero nel settore, quindi questo cambiamento non ho potuto riscontrarlo sulla mia persona. Attualmente a livello pop, perché parliamo di musical di intrattenimento, l’offerta è molto variegata. Solo facendo un giro, ad esempio attualmente mi trovo a Milano, è pieno di manifesti di musical con grandi produzioni. Fino a qualche anno fa non era usuale. Il musical muove più soldi per pubblico e gente, poiché è legato più alla spensieratezza. All’estero sono più provocatori e di denuncia sociale. Il musical può essere anche un mezzo per smuovere le coscienze, in Italia siamo indietro su questo”.

Visto che hai iniziato il mestiere di attore attraverso le associazioni culturali, cosa ne pensi del clima d’odio e rancore che spesso ha coinvolto realtà giovanili come il Valle Occupato o il Cinema America?

“La mia esperienza con l’associazione culturale Teatrarte di Molfetta è stata un passo che mi ha cambiato comunque la vita. Se non avessi fatto quell’esperienza non sarei al telefono con voi. Le associazioni culturali danno modo di toccare con mano alle persone – tramite il confronto – altre strade percorribili legate all’arte, arrivando a convincerti che di arte si può persino vivere. Questo allontana persone da strade sbagliate. Chi pone la cultura come mezzo di conoscenza ed evoluzione sociale andrebbe solo ringraziato. Il clima che stiamo vivendo mi spaventa: c’è un continuo aizzare una fazione contro l’altra e non porta a nulla. Invece di cercare soluzioni si creano problemi. Si dovrebbero cercare incontri piuttosto che scontri”.

Gli artisti di qualsiasi natura sono chiamati, specialmente adesso, a schierarsi: tu in base a cosa scegli un ruolo a teatro o al cinema?

“Ci sono situazioni ben precise che io non accetto, ma neanche mi propongo ad audizioni o provini, se so che quella determinata casa di produzione fa lavorare in condizioni insostenibili. Ti parlo di mancati pagamenti, ad esempio, di coperture che dovrebbero esserci e invece mancano. Rifiuto tutto ciò che mi impedisce di crescere umanamente e professionalmente. Non mi affido a voci di corridoio, preferisco toccare con mano e capire fin dove posso spingermi e cosa posso evitare”.

Cosa vorresti fare adesso?

“Ora sono impegnato con la Fabbrica di Cioccolato, il musical che mi vedrà sul palco di Milano – alla fabbrica del vapore – per tutta la stagione. Venite in numerosi perchè è uno spettacolo molto coinvolgente fortemente ambizioso, voluto dal regista Federico Bellone e dalla produzione, la Wizard Production, personalmente mi sto trovando benissimo con il cast. Tutti grandi nomi del teatro e della tivù, basti pensare che il protagonista è Christian Ginepro. Uno che coniuga al meglio sia grande che piccolo schermo, per poi passare sul palco. Io interpreto Jerry, il giornalista, vostro collega fra l’altro (ride). Successivamente a questo, mi piacerebbe continuare a lavorare nel cinema. Ho lavorato a Diabolik con i Manetti Bros. Persone rare a cui devo dire grazie per quello che mi hanno insegnato in questi mesi, poi sarò anche in Rai con una piccola parte in “Vite in fuga”, una fiction con Anna Valle e Claudio Gioè. Si stanno aprendo piccoli spiragli che spero porteranno a qualcosa di nuovo”.

Quindi ci stai dicendo che i Manetti ti chiameranno anche nel prossimo film?

“Questo l’avete detto voi (ride). Io sto studiando per pormi sempre meglio di fronte ad una telecamera perchè il mio pallino rimane sempre quello di sapermi confrontare con diversi mezzi. Dal cinema, al teatro, fino alla televisione. Se potessi incastrerei qualunque cosa. Ci vuole molto studio e applicazione, sto partecipando in contemporanea ai vari lavori a seminari e masterclass piuttosto valide. Anche lì bisogna saper scegliere e distinguere specchietti per le allodole e situazioni che invece potrebbero essere utili. Diciamo che mi sto dando da fare per avere più conoscenza possibile dell’arte recitativa, senza mai cullarmi sugli allori”.

Ti vedi regista fra qualche anno?

“Fra molti anni può essere. Ho avuto una piccola esperienza come regista per uno spot di un bed & breakfast della mia città. Mi sono divertito moltissimo, ma eravamo tutti amici, quindi ero con professionisti che conoscevo. È stato un banco di prova ma non troppo, per fare il regista devi avere una profonda conoscenza del mezzo cinematografico che io ancora non ho. Ci sto arrivando piano piano, ma sicuramente per ora – e per molto tempo ancora – preferisco vedermi davanti alla camera e non dietro. Anche perché, se devo dirti la verità, mi sento un privilegiato a fare ciò che amo. Non tutti hanno questa possibilità, quindi io do il massimo sempre anche per questo. Non riesco a stare troppo senza far nulla, perchè poi mi manca il palco o il set e vado quasi in astinenza”.

Ci sentiamo per il prossimo film dei Manetti Bros, allora?

“Certo, sentiamoci prima (ride). Se dovessi esserci vi chiamo, promesso!”.

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                                       Intervista a cura di Andrea Desideri