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“Paura su Manhattan”: quando la sexy spogliarellista Melanie Griffith se la vide con lo sfregiatore

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Figlia della hitchcockiana Tippi Herden e dell’ex attore di teatro Peter Griffith, dalla seconda metà degli anni Novanta è stata particolarmente al centro delle cronache rosa a causa del suo matrimonio con il divo spagnolo trapiantato a Hollywood Antonio Banderas, conclusosi nel 2014; ma, candidata al premio Oscar per la sua interpretazione in Una donna in carriera, diretto nel 1988 da Mike Nichols, la sexy Melanie Griffith frequenta i set cinematografici fin dal 1969, anno in cui, non accreditata, comparve giovanissima in Smith! Un cowboy per gli indiani di Michael O’Herlihy.

Anche se è salita alla ribalta soltanto quando prese parte a Omicidio a luci rosse di Brian De Palma, curiosamente datato 1984 come un altro thriller a tinte erotiche che la vide protagonista: Paura su Manhattan di Abel Ferrara, disponibile su supporto dvd targato Passworld (www.cgentertainment.it).

Un thriller meno noto rispetto al citato ambientato nel mondo dell’hard e che, calandola nei pochissimi panni di una spogliarellista tornata a drogarsi e il cui datore di lavoro si affanna per redimerla, l’ha resa parte importante di un cast decisamente ricco, in quanto comprendente Tom”Inception”Berenger, il nostro Rossano Brazzi, un non ancora famoso Jack Scalia nel ruolo di un ligio e onesto poliziotto, il Michael V. Gazzo de Il padrino parte II, lo starwarsiano Billy Dee Williams e le le Rae Dawn Chong e Maria Conchita che avrebbero poi affiancato Arnold Schwarzenegger, rispettivamente, in Commando e ne L’implacabile.

Un thriller che, ambientato in una New York terrorizzata da un ignoto maniaco (ma che vediamo tranquillamente in volto) dedito a sfregiare le donne con le quali viene alimentato il mercato del vizio evitando di colpire punti vitali ed arterie per far sì che non abbiano una morte istantanea, conferma evidentemente la maniera in cui il futuro autore de Il cattivo tenente e Pasolini ha influenzato il cinema del collega William Lustig, che già lasciò immaginare di essersi ispirato al suo stile quando concepì l’esordio Maniac raccontando un degrado splatter a stelle e strisce non distante da quello al centro di The driller killer, debutto ferrariano.

Un thriller che, in questo caso basato più sull’indagine poliziesca che su espliciti sensazionalismi da horror (nonostante l’argomento trattato e qualche fugace schizzo di liquido rosso), approda ad una scazzottata finale con lo psicopatico all’interno di uno squallido vicolo, destinato a rappresentare soltanto uno degli scorci della – a suo modo affascinante – Manhattan sporca della prima metà del decennio reaganiano.

Francesco Lomuscio