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‘Ci vediamo a casa’: note di regia

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Il film uscirà giovedì 29 novembre al cinema, distribuito da Microcinema. La trama? Tre giovani coppie, tre brevi racconti che si intrecciano sullo sfondo di una stessa città.

Vilma (Ambra Angiolini) e Franco (Edoardo Leo) vivono in periferia: vorrebbero un po’ di intimità, ma una casa tutta loro resta un sogno: così, pur di vivere insieme, accettano l’ospitalità di Giulio, un amico pensionato che forse – sospetta Franco – ha un debole per Vilma. Ma pochi metri quadri e tanti piccoli incidenti rendono la convivenza a tre meno facile del previsto.

Gaia (Myriam Catania) e Stefano (Giulio Forges Davanzati), invece, si sono appena conosciuti al circolo del tennis e di problemi economici non ne hanno: lei sta arredando il suo nuovo loft, lui vive la sua vita da scapolo impenitente. Più per necessità che per convinzione, la ragazza è costretta a trasferirsi a casa di Stefano, dove entrambi scopriranno di non essere proprio fatti per vivere sotto lo stesso tetto.

Anche Enzo (Nicolas Vaporidis)  e Andrea (Primo Reggiani) si frequentano da poco: il primo cerca lavoro e intanto vive a casa con la madre e per hobby canta in un coro, il secondo fa il poliziotto e dorme in caserma. Tutto sembra andare alla perfezione, se non fosse per qualche indagine di troppo e per quella madre molto ingombrante…

La casa è un bisogno sociale primario, ma spesso è anche l’occasione per fare emergere sentimenti e comportamenti inattesi. Il cinema italiano ha affrontato il problema della casa molte volte: con il tono magistralmente sentimentale de Il tetto, con quello farsesco di Totò cerca casa, con quello paradossale di Arrangiatevi.

Con Ci vediamo a casa la mia idea era di mettere a confronto tre storie d’amore che si sviluppano in un modo piuttosto che in un altro a seconda del luogo in cui si svolgono. E, nello stesso tempo, raccontarle con tre stili diversi.

La storia di Vilma e Franco è la più sanguigna, naturalistica. Ma anche, paradossalmente, la meno realistica, in qualche misura – e so di volare molto alto – la più “hitchcockiana”, perché vista dagli occhi di una giovane donna che non riesce a fugare i propri dubbi sul comportamento del compagno.

Quella di Gaia e Stefano, che si avvale di una fotografia più preziosa e ricercata, si è rivelata la più “complicata”, perché è difficile raccontare la vicenda di due stupidi, ormai assuefatti alle regole di un’Italia cinica e venale. Loro la casa ce l’hanno, ne hanno anzi piu d’una, ma non sanno viverci. Sanno magari essere soci ma non amanti.

La terza storia, quella vissuta da Enzo e Andrea è la più sentimentale, dolce e fragile. Due ragazzi gay, apparentemente liberi di volersi bene (anche se, dopo aver fatto l’amore su una spiaggia, fuori stagione, devono scappare come ladri), che si scoprono imprigionati, uno dal proprio lavoro, l’altro da una madre falsamente liberale e comprensiva.

Alla fine del film i sei protagonisti si trovano senza conoscersi in uno stesso luogo, una chiesa, che ospita una specie di resa dei conti. Sono lì per ragioni diverse: chi conclude un affare, chi si sposa, chi si dice un sì che non ha valore né per la Chiesa né per la legge, ma ha un grande senso per chi lo pronuncia.

Maurizio Ponzi