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Intervista a Luciano Melchionna

ULTIMO AGGIORNAMENTO 7:32
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INTERVISTA A LUCIANO MELCHIONNA –

Oggi siamo lieti di avere con noi a DirettaNews Luciano Melchionna. Caro Luciano: Teatro e Cinema, dove ti senti più te stesso?

Sono cresciuto con l’idea del teatro, è vero, ma per me questo lavoro è talmente appassionante e ossigenante che mi risulta impossibile affrontarlo, in ogni sua forma, senza essere me stesso fino in fondo, costantemente in contatto con quella autenticità che chiedo anche ai miei attori e collaboratori.
Il teatro è sicuramente la forma d’arte che mi permette d’essere più libero e mi da la possibilità di ‘giocare’ con il mio fuoco sacro, lavorare con le emozioni mie e degli attori, affinando il mio metodo ‘maieutico’ che ho sviluppato con lo studio e gli allenamenti sul campo.
Al cinema sono approdato invece ‘per caso’, quando una produzione sull’onda del successo del mio spettacolo “Gas” ha comprato i diritti e mi ha chiesto di riscriverlo per il grande schermo. Devo dire che l’esperienza accumulata in anni di lavoro nei grandi teatri – dove devi conquistarti la stima e la collaborazione dei tecnici, con umanità e competenza – mi ha aiutato molto quando si è trattato di gestire il set: dirigere questa macchina enorme, devo ammetterlo, mi fa sentire felice e sicuro di me. Trovo affascinante e stimolante cercare di non sbagliare nello stendere le pennellate per l’affresco definitivo. Certo, prima di girare il mio film ho trovato doveroso imparare e ho chiesto di fare l’assistente alla regia in un film di Ricky Tognazzi. Il ‘mezzo’ è completamente diverso e quindi bisogna conoscerlo bene per poterlo usare al meglio nel raccontare una storia: ma è proprio questo alla fine ciò che mi piace fare e che mi fa sentire realizzato.

Con chi ti piacerebbe lavorare attore/regista con cui non hai ancora lavorato?

Sono moltissimi gli attori con cui amerei lavorare ma sono altrettanti quelli con i quali ho già ‘fatto scintille’ e che spesso poi mi tengo accanto nel cammino. Sicuramente la mia più grande soddisfazione è quella di ricevere richieste continue di collaborazione da parte di bravissimi attori, famosi e non. Evidentemente la mia ‘furia’ emoziona e crea stimoli, e questo è il risultato più ambito nel clima di banalità nel quale viviamo.

‘Ce n’è per tutti’ è uscito un paio di anni fa ed ha segnato un discreto successo, sei rimasto soddisfatto da questa avventura?

Sì perché mi ha permesso di mettermi ancora una volta alla prova e misurare il grado di maturità e di evoluzione dell’uomo e del professionista che, a mio avviso, non possono prescindere l’uno dall’altro. Gas, la mia opera prima, ha la forza d’urto di un pugno, sferrato da un giovane impulsivo. Affronta il tema della violenza e del disagio affettivo ed è un film scaturito da una vera e propria indomabile urgenza, tanto da essere stato INGIUSTAMENTE vietato ai minori di diciotto anni da una commissione di censura che ne ha avvertito solo il pericolo e non il sano invito alla riflessione. Questo mio secondo film nasce invece dall’esigenza di confrontarmi con tutt’altro genere, quello della commedia, per fare il solletico agli spettatori e fargli abbassare le difese, così da poter allungargli una ‘carezza’ o uno ‘schiaffo’, sempre nell’ottica di non ‘intrattenerli’ e basta. Tra una battuta e una situazione al limite del parossismo, ho voluto innestare il mio mondo interiore, e attraverso uno sguardo ironico e pacato, seppur doloroso, ho raccontato le vite precarie di un gruppo di giovani incapaci di ‘sentire’ e di ‘sentirsi’.

Per la regia ti è utile essere stato attore per tanti anni? Ti aiuta nel rapporto con gli attori?

Credo che i miei risultati migliori come regista si debbano in qualche modo alla visionarietà – spesso mi definiscono un regista dalla cifra ‘espressionista’ – ma anche alla mia lunga esperienza sulle tavole del palcoscenico. D’altronde, ho smesso di fare l’attore perché volevo di più di quello che mi si chiedeva. Io ascolto molto gli artisti con i quali scelgo di lavorare, prima di dirigerli li osservo, nel quotidiano e ‘a tavolino’, e solo quando capisco dove le loro caratteristiche e, soprattutto, i loro limiti possono condurmi, comincio a chiedergli di ‘mettersi in gioco’ in relazione ovviamente alla drammaturgia che stiamo affrontando. A quel punto, però, non mi risparmio e non gli risparmio nulla fisicamente ed emotivamente, pur di raggiungere l’obiettivo. Un lavoro che si fonda sulla parola, sul suo significato consueto e quello più desueto, oltre ai mille sottotesti che la percorrono, e si sviluppa in una gestualità che proceda per associazioni più o meno libere al’inizio, cercando un giusto equilibrio tra tecnica, viscere e cuore per una ‘lucida immedesimazione’ che possa poi essere sempre richiamata, anche velocemente, seguendo una serie di ‘appuntamenti’ predeterminati.

Ora che stai preparando, svelaci qualcosa?

Al momento il mio spettacolo “Dignità Autonome di Prostituzione” tratto dal format mio e di Betta Cianchini mi sta assorbendo moltissimo, regalandomi soddisfazioni infinite. Siamo di ritorno dalla Spagna dove al Festival Internazionale di Teatro di Tarragona abbiamo riscosso un vero e proprio successo, così come al Festival Eclettica di Roma e al Festival La Versiliana, e ora mi accingo ad allestire lo spettacolo al Teatro Bellini di Napoli dove inaugureremo la stagione 2011/2012 rimanendo in scena dal 27 ottobre al 13 novembre.
Sul versante ‘cinema’ invece, lavoro ad un grande progetto che spero, sinceramente, possa vedere la luce molto presto.

Il cinema italiano per molti è in crisi, tu che ne pensi?

Penso che in crisi è il sistema produttivo, non quello creativo. E penso che sarebbe bello tornare a girare film di qualità che non vengano sbattuti fuori dalle sale solo perché non fanno immediatamente milioni di euro. Sicuramente dare una risposta a questa domanda, in due righe, suona semplicistico e banale ma penso che le cose più belle e di successo sono quelle che si sono fatte strada da sole, in sordina e ai margini, e che forse sarebbe il caso di ricominciare investendo su quelle. Si dovrebbe ricominciare a pensare all’Arte e alla Cultura come ‘le nostre uniche vere armi’ in questa quotidiana battaglia.

Cosa serve per salvare il cinema italiano?

Il coraggio. E a noi ‘artisti’ non manca.

Fonte: DirettaNews.it