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Due Occhi Diabolici, Dario Argento e George Romero mano nella mano

DUE OCCHI DIABOLICI –

Regia: Dario Argento e George Romero
Soggetto: tratto dai racconti di Edgar Allan Poe
Montaggio: Pasquale Buba
Musica: Pino Donaggio
Scenografia: Cletus Anderson
Costumi: Barbara Anderson
Effetti speciali: Tom Savini
Aiuto regia: Nick Mastandrea

VALUTAZIONE:   * *  / * * * *

Episodio I: I fatti nel caso di Mister Valdemar di George Romero; Sceneggiatura: George Romero; Fotografia: Peter Reiners; Interpreti: Adrienne Barbeau, Ramy Zada, Bingo O’Malley, E.G. Marshall, Mitchell Baseman, Christine Forrest.

Episodio II: Il gatto nero di Dario Argento; Sceneggiatura: Dario Argento, Franco Ferrini; fotografia: Beppe Maccari; Interpreti: Harvey Keitel, Madeleine Potter, John Amos, Martin Balsam, Kim Hunter, Sally Kirkland, Holter Ford Graham, Julie Benz, Lou Valenzi, Barbara Bryne, Lanene Charters, Tom savini

Produzione: Achille Manzotti e Dario Argento per Gruppo Bema e ADC; Distribuzione: Artisti associati.
Durata: 115’

Recensione:
Due occhi diabolici, un film diviso in due episodi diretti dai maestri George Romero e Dario Argento. Ai tempi di questa produzione Argento veniva dalla stressante esperienza di Opera. Ritrovatosi in America e incontrati i suoi vecchi amici (Romero, Carpenter e King) decise di proporre di girare un film di quattro episodi da loro diretti. Il soggetto di ispirazione da tutti convenuto furono i racconti di Edgar Allan Poe. Ritiratosi misteriosamente John Carpenter e declinata la proposta per via del dissenso dei suoi agenti da parte di King alla fine il film fu composto dai due episodi. Il che fu sicuramente un vantaggio dato che i due registi ebbero più respiro per raccontare la loro storia. In fase di sonorizzazione però i due registi  a causa di una scaramuccia litigarono e in seguito a questo si allontanano per diversi anni.
I due episodi anche se molto ben amalgamati sono in contrapposizione e creano un distacco che li rende quasi due veri e proprio film. Il primo, di Romero, è una parabola sulla vita. Una moglie molto avida tenta di tenere in vita il marito per strappargli l’eredità e godersela con il suo amante. Il marito morirà ma non si scorderà del suo comportamento tornando in vita. Il capitolo di Romero come tutti i suoi film ci invita a riflettere su come a volte  i rapporti tra le persone siano falsi e rovinati dal denaro.
Il secondo capitolo di Argento è più macabro. Hervey Keitel è un pittore. E’ in crisi emozionale e non ha soggetti da riprodurre. Fino a quando la sua donna porterà a casa un gatto nero. Che sevizierà e ritrarrà durante le torture. Finirà con uccidere anche la moglie e a trafugarne il cadavere. Argento, come sempre, punta il dito più sul ritmo e un lavoro registico che sulla diegesi.
Il primo è lento ma volutamente. Parte piano per insinuarsi vorticosamente sotto la nostra pelle. E’ un gioco allo sfinimento in un crescendo che fa salire la tensione. Il secondo è più scattante, vigoroso alla maniera di Argento. D’altronde il regista romano veniva dall’esperienza, anche di vita, di Opera. Il Gatto nero ne risente e ha sulle sue spalle la carica espressionista di quel periodo.
Senza dubbio il lato negativo dell’opera è l’aver avuto una distribuzione comune per questi che alla fine sono due film indipendenti tra di loro. L’associazione porta ad avere al loro servizio oltre agli stessi mezzi anche la stessa troupe e sicuramente in questi casi il tutto è alla lunga deleterio.
Difficile dire se tra i due esista un migliore perché anche se esprimendo cose simili sono molto distanti.
Vedere due registi così noti nello specifico di questo genere può far senza dubbio brillare gli occhi ai fans più accaniti. Ma i più critici saranno subito pronti a dissentire tirando fuori la solita scusa delle forzature che non stanno in piedi. Il pacchetto è invece ben confezionato. Meticolosamente viene studiato il passaggio da uno all’altro e a guardarlo con gli occhi spalancati, come piaceva ad Argento vedi Opera, ci sembrano essere dei continui richiami  non casuali. L’aria nebulosa di una Pittsburgh che doveva rappresentare la provincia americana risulta perfettamente calata in quella che è la mentalità di Poe. Forse quello che manca è un po’ la carica aggressiva che ha sempre contraddistinto i due però calandoci in un atmosfera medievalizzante questo può essere anche perdonato.
Il risultato però non è da ignorare in un capitolo della vita che per i due comunque rimane insignificante e di passaggio.

Matteo Fantozzi