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Totò che visse due volte, Ciprì e Maresco e il cinema dell’interiorità sporca

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:42
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TOTO’ CHE VISSE DUE VOLTE CIPRI’ E MARESCO –

 

Nazione: Italia
Regia:
Daniele Ciprì; Franco Maresco
Soggetto: Daniele Ciprì; Franco Maresco
Sceneggiatura:
Daniele Ciprì; Franco Maresco; Lilla Iacolino
Cast: Salvatore Gattuso; Carlo Giordano; Pietro Arcidiacono; Antonino Carollo; Camillo Conti; Marcello Miranda; Baldassarre Catanzaro; Fortunato Cirrincione; Giuseppe Pepe; Giovanni Rotolo; Giuseppe Pedalino; Michele Lunario; Angelo Prollo; Leonardo Aiello; Antonino Cirrincione; Michele Lunario; Aurelio Mirino; Rosolino Spatola; Vincenzo Girgenti; Antonino Accomando; Niccolò Villafranca; Giuseppe Mulè; Michele Dia; Baldassarre Catanzaro; Giuseppe Empoli; Giovanni Rotolo; Salvatore Schiera; Salvatore Farina; Gaspare Marchione; Salvatore Puccio; Francesco Anitra; Fortunato Cirrincione; Gioacchiono LoPiccolo; Paolo Alaimo; Antonello Pensati; Giacomo Casisa; Rosario Caporrimo; Salvatore Santoro; Salvatore Lo Verso; Rosolino Landolino; Antonino Ribaldo; Michele Rubino; Claudio Goffo; Antonino Zuccaio; Francesco Arnao; Francesco Tirone; Giovanni Lo Giudice
Durata:
93’

 

Valutazione   * * * / * * * *

 

 

Trama
Tre episodi sono raccontati in rapida sequenza. Nel primo un poveraccio ruba i gioielli che ricoprono un Cristo per pagarsi una prostituta, sarà punito dal boss del quartiere. Nel secondo al funerale del suo uomo Fefè in un primo momento non si presenterà per paura di essere ripreso dai suoi parenti, quando arriverà finalmente tenterà di rubare l’anello dell’uomo.
Nel terzo un messia di nome Totò sarà consegnato da Giuda a un potente boss di nome anch’esso Totò, sarà crocifisso uno scemo sorridente.

 

Recensione
Daniele Ciprì e Franco Maresco al loro secondo film si cimentano nell’opera di maggior successo e più grande spessore tecnico. Criticato amaramente dalla censura ci troviamo di fronte a un vero e proprio caso, proprio perché si attestò e denunciò un movimento che tirava in causa addirittura il vilipendio alla religione. La grande vittoria fu quella di riuscire ad ottenere il divieto ai minori di diciotto anni e di andare nelle sale con una pellicola davvero scioccante per tematiche e immagini. Fu lo stesso Ciprì a dichiarare che gli pareva assurdo che un qualsiasi film, di qualsiasi cosa parlasse, potesse essere vietato a un maggiorenne capace di intendere e volere, uscendosene con la famosa frase: “Perché Norberto Bobbio dovrebbe avere problemi a vedere un film?”.
Senza dubbio ci troviamo di fronte a un qualcosa che stupisce e lascia attoniti, fin dalla prima immagine capiamo che osserveremo qualcosa di dissimile alle altre; un pastore pratica sesso anale con un asino, la scena si dilata e ci rendiamo conto di essere al cinema. E’ proiettato Lo zio di Brooklyn precedente film della coppia.
Il resto sarà un susseguirsi di sproporzionate immagini, di dissolvenze, di giochi di luce, a volte anche di sovrimpressioni ma non mescolate con casualità. Perché per chi conosce il cinema di Alejandro Jodorowsky e ancor prima quello dell’italianissimo Pier Paolo Pasolini si renderà conto di trovarsi di fronte a qualcosa di simile. Nell’enunciazione di una citazione continua ci troveremo di fronte alla degradazione fisica e gestuale del sottoproletariato, emblematica la figura dell’uomo che mangia la ricotta di Pasoliniana memoria.
Il primo episodio parte molto velocemente analizzando la figura di un uomo che non parla e non rivela le sue sfaccettature, scopriamo solo nel suo continuo gesto di sfregamento genitale che in lui ci sono represse delle pulsioni sessuali molto accese. E qui cade il primo punto, tutto il film è fondato su una omosessualità per assenza, per privazione. Le donne sono tirate fuori dal contesto e non ce n’è nemmeno una per tutti i novantatre minuti. Le poche macchiette femminili sono rigorosamente interpretate da uomini, compresa la prostituta, dipinta da tutti come una bellissima donna, che arriva in paese come un arcano segreto. L’uomo è costretto a reprimere la sua sessualità e a riversarla sul suo simile, unico presente sulla scena. Da indicare la sequenza nella camera dove ogni elemento si masturba e il protagonista è avvicinato da una persona che gli propone sesso orale. L’uso disseminato di una macchina da presa volutamente invecchiata ci circuisce dentro l’atmosfera claustrofobica dell’episodio, per concludersi con il ragazzetto che ruba le reliquie del Cristo presente in piazza per pagarsi la prostituta. Verrà intercettato dal boss del quartiere e costretto a rappresentare un Cristo in carne e ossa. Nell’inquadratura precedente al secondo segmento il boss guardando in macchina si rivolgerà a noi chiedendoci se ci piace il film, con tanto di provocazione.
Il secondo frammento si spinge più pesantemente in là, sostenendo il bisogno di rappresentare nuovamente l’omosessualità per privazione e la dissacrazione religiosa. Un uomo, Fefè, non si avvicinerà al banchetto funebre del suo commemorato amore per paura delle ripercussioni familiari. Arriverà a esso solo per rubare l’anello donatogli dal padre. Altro vilipendio, altro compromesso scorrerà attraverso l’immagine della privazione.
Nel terzo episodio la trama risulterà confusa e repressa ma sarà uno stimolo per riunire tutti i personaggi del film e per metterli in croce senza più una via d’uscita.
Film dalle tinte forti si macchierà oltre che del vilipendio ovvio alla religione, una statua della Madonna oltre a mostrare il sedere sarà anche usata come feticcio sessuale e un angelo sarà stuprato da diversi uomini, della zoofilia, oltre al bovino anche una gallina subirà violenza.
Per raggiungere il massimo della follia nel primo piano della masturbazione di un uomo che vede lo stupro dell’angelo. L’ultima cena riunirà tutti nel finale tragicomico che tocca le corde più accese della religione.
Consigliato vivamente a chi ama Pier Paolo Pasolini, portando al limite le sue tematiche tenteranno col loro cinema di dare uno scossone a un mondo in continuo fermento e chiuso dietro a delle leggi morali troppo forti e ingiuste.

 

Matteo Fantozzi