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Wolfman (2010), di Joe Johnston

ULTIMO AGGIORNAMENTO 20:30
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Wolfman

WOLFMAN JOE JOHNSTON –

Cast and credits:

Titolo Originale: The Wolfman
Nazione: Usa/ Regno Unito
Anno: 2010
Durata: 102’
Regia: Joe Johnston
Sceneggiatura: Andrew D. Walzer; David Self

Musiche: Danny Elfaman
Fotografia: Shelly Johnson
Effetti Speciali: Dave Elsey, David Fantham, David ‘Pinkie’ Thomas, Diana Yun Soo Yoo

Costumi: Milena Canonero
Cast: – Benicio Del Toro (Lawrence Talbot);

– Anthony Hopkins (Sir John Talbot);
– Donitilla D’amico (Gwen);
– Stefano Benassi (Detective Aberline);

– Paila Pavese (Maleva);

Produttore: Benicio Del Toro, Scott Stuber, Rick Yorn, Sean Daniel
Casa di Produzione: Universal Picture

 

 

Era dal 2004 che Joe Johnston non si cimentava con la regia e forse era meglio aspettare l’ennesimo sequel di Jurassic Park per rivederlo all’opera. L’attore scelto dalla produzione, un Benicio Del Toro reduce dal sodalizio con Steven Sodebergh nel doppio esperimento Che, aveva bisogno di un ruolo che gli dipingesse il male addosso. Questo è quello che potremmo raccontare dopo aver scandagliato un po’ le filmografie degli interpreti, senza però considerare che nel cinema niente è mai come sembra.
Ambientata in un’ Inghilterra vittoriana, la pellicola narra la storia di Lawrence Talbot, Del Toro appunto, figlio del più celebre Sig. Talbot, un Anthony Hopkins straordinario e molto vicino a quello de Vi presento Joe Black, di ritorno a casa per via  della prematura scomparsa del fratello, divorato da un’inumana bestia senza alcuna spiegazione prevedibile.
Disastri produttivi e cattiva organizzazione segnano quello che è stato ma che fino a un certo momento ha rischiato non essere. Debitore e forse troppo insistentemente vicino al capolavoro della Universal, il film non riesce fino in fondo a sfruttare le potenzialità apportate dalle nuove conquiste tecnologiche. Le atmosfere sono decisamente in tema ma la voglia di mostrare più di narrare è ormai l’errore consono del cinema commerciale hollywoodiano. E’ così che ci ritroviamo di fronte a un racconto disseminato di buchi di sceneggiatura e con un filo logico triste e scontato anche se senza alcun dubbio di forte impatto visivo.

 

Matteo Fantozzi